Stabilità primaria e rigenerazione ossea possono determinare il successo implantare?

01 marzo 2023
Stabilità primaria
Nell’ambito della riabilitazione implantare la stabilità primaria è un argomento piuttosto controverso, poiché questa si riferisce al livello di stabilità dell’impianto subito dopo l’intervento.
Quando cerchiamo di fare previsioni sulle possibilità di successo di un innesto implantare, oggi dobbiamo chiederci se la sola stabilità primaria possa essere ancora considerata un indice affidabile.
Questo soprattutto alla luce di alcune variabili come: l’ampia gamma di viti e di tecniche implantari.
 

La stabilità primaria e secondaria: qual è determinante?

La stabilità dell'impianto può essere classificata in primaria e secondaria. La stabilità primaria si riferisce al livello di stabilità che un impianto dentale raggiunge subito dopo essere stato posizionato. In questa fase, il design e la tecnica chirurgica utilizzata per il posizionamento hanno un grande impatto per assicurare alla vite implantare le giuste condizioni per una osteointegrazione ottimale.
La stabilità secondaria è il risultato diretto del processo fisiologico di guarigione, cioè quando l'impianto dentale si integra nell'osso (osteointegrazione), incorporandolo.
In termini pratici il raggiungimento della stabilità secondaria è l’obiettivo conclusivo.
 

La bassa stabilità primaria è un indice affidabile di fallimento implantare?

Recenti studi scientifici, come quello condotto dalla Clinical Oral Implant Research, sembrerebbero portare verso alla tesi secondo cui la stabilità primaria non sia determinante per stabilire se un innesto implantare avrà successo oppure no.  Infatti, su un campione di 156 pazienti a cui sono stati inseriti 169 impianti con un basso livello di stabilità primaria, soltanto 7 sono stati soggetti ad un fallimento implantare. Il campione è stato monitorato per intervalli di tempo con un range molto variabile: da un minino di 34 giorni ad un massimo di poco più di 9 anni.
Il dato emerso è che nonostante un livello basso di stabilità primaria, il tasso di sopravvivenza degli impianti è stato di oltre il 94,74%. Inoltre, i 7 casi di fallimento implantare, riscontrato nel campione dei 156 pazienti, si è verificato esclusivamente tra gli interventi complessi, ben 82, di chirurgia avanzata.
I risultati di questi studi sembrano confermare invece, che le moderne tecnologie e protocolli di inserimento implantare, rendano possibile portare avanti con un altissimo margine di successo un intervento implantare anche partendo da una bassa stabilità primaria.
 

La stabilità dell’impianto viene condizionata dalla qualità dell’osso?

Nell’ambito della prognosi su un intervento implantare, anche la qualità e la quantità di osso disponibile del paziente è un elemento che va tenuto in conto. Il gold standard è quello di effettuare l’inserimento implantare sull’osso nativo con una trascurabile atrofia del tessuto in modo da non rendere l’operazione di riabilitazione funzionale ed estetica troppo gravosa per il paziente oltre che complessa.
Molti casi di riabilitazione implantare, tuttavia, partono da quadri clinici più complessi, in cui l’atrofia ossea è significativa, il che rende necessaria la rigenerazione tramite innesto osseo. L’innesto osseo può essere eseguito impiegando osso autologo, oppure impiegando innesti di origine xenogenica (derivazione animale).
Nell’implementare la struttura scheletrica delle ossa mascellari, il gold standard di riferimento è l’uso di osso autologo rispetto all’impiego di materiale xenogenico. Tuttavia, l’invasività e i rischi di morbilità per il paziente rappresentano dei fattori che rendono più complesso un iter riabilitativo che già prevede un intervento chirurgico. Per questa ragione vengo impiegati materiali xenogenici altamente compatibili o biomateriali.

Uno studio eseguito dai ricercatori dell’Università di Granada e pubblicato sul Journal of Clinical Medicine, ha evidenziato come la stabilità implantare secondaria fosse ottimale sia in pazienti che avevano sostenuto un innesto osseo xenogenico che in quelli che invece non avevano subito una implementazione scheletrica. La differenza significativa era emersa solo nella fase di controllo alla baseline, ovvero subito dopo l’intervento: momento in cui la stabilità primaria tra i due gruppi era significativamente diversa.
Tuttavia ai controlli ad 8 settimane e a 12 settimane, lo studio non ha evidenziato differenze nella stabilità degli impianti inseriti nel tessuto osseo con innesto né in quelli che ne risultavano privi. In altre parole lo studio testimonia come la rigenerazione ossea influenzi la stabilità primaria, ma non la secondaria, anche con un confronto del quoziente di stabilità implantare rilevato tramite Osstell.
 

Revello - Valori e Competenze per il dentale